Elezioni

Elezioni (latino electio, da eligio, <<scelto>>). Etimologicamente elezioni significa scelta. Nel linguaggio politico significa più precisamente il procedimento mediante il quale si designano le persone chiamate a rappresentare una collettività, cioè manifestare una volontà e a dispiegare un’attività, che sono giuridicamente valutate come proprie della collettività stessa. In questo senso, la rappresentanza e l’elezione, prescindono dalle diversissime modalità delle loro attuazioni, sono di tutti i tempi e di tutti paesi.

Nelle prime età all’elezione si attuò verosimilmente senza regole precise. Gli uomini atti alle armi, che furono originariamente i soli elettori, si scelse le loro capi per acclamazione, e questi capi divennero, con diversi titoli, i reggitori della comunità intiera anche in tempo di pace. L’ingrandimento territoriale e demografico delle comunità e il moltiplicarsi delle magistrature fecero però nascere presto la necessità di una disciplina delle elezioni, sia nei riguardi della determinazione dei requisiti richiesti per l’ammissione alla votazione, sia nei riguardi delle modalità della votazione stessa. Esempi classici di queste regolamentazioni sono, in Grecia, la legislazione attribuita Licurgo e quella solonica, e il Roma alla riforma Serliana. Il consolidarsi del potere dei invincibili e l’esempio dell’oriente, dove prevalsero sempre le forme di governo autocratica,fecero scadere le elezioni nei paesi retti da governi di tipo monarchico. In quelli di divo repubblicano La diffidenza verso l’autorità e gli eccessi dello spirito e egualitario condussero assai spesso assunse a sostituireall’elezione l’estrazione a sorte. Questo stato di cose perdurò, in massima, per tutto il medioevo. Persino in Inghilterra, dove pure il Parlamento assurse sin dal tredicesimo secolo a tante importanza, non si pensò che assai tardi a disciplinare le elezioni. È rimasta famosa la motivazione dell’atto emanato nell’ottavo anno di regno di Enrico VI (1429), dove si dice che le elezioni dei cavalieri delle contee sono state fatte troppo spesso, negli ultimi tempi, da una moltitudine di gente turbolenta, in massima parte priva di ogni consistenza reale personale, e che tuttavia pretende d’essere equiparata, nel suffragio, i cavalieri gentili uomini più degni della rispettiva contea. Né le cose andavano diversamente nei borghi, dove regnavano, in questa materia, le più disparate consuetudini. Col ricordato atto del 1429 e con successivo del 1432 il diritto di partecipare alle elezioni fu ristretto ai liberi possidenti, che godessero d’un reddito annuo di almeno 40 scellini. Altre leggi frammentarie provvidero a stabilire qualche regola di procedura per il sindacato sulla validità dei voti emessi, a reprimere le frodi, fissare il requisito della residenza dell’eleggibilità.

È degno di nota, anche nelle colonie nordamericane mancarono, durante quasi tutto il secolo diciassettesimo, regole precise, sia riguardo alla composizione del corpo elettorale, sia riguardo alla procedura delle elezioni. In alcune disposizioni si parla di freemen , in altre di freeholders, in altre persino, genericamente, di inabhitants. Neppure gli uffici da coprirsi mediante elezione erano sempre ben precisati.

La prima legislazione completa e organiche in materia elettorale in forma nata in Francia, all’alba della grande rivoluzione. Anteriormente si erano avute disposizioni frammentarie, in specie per le elezioni degli Stati Generali del 1583 (elezioni dei deputati del Terzo Stato, con suffragio a tre gradi), ma ogni elaborazione successiva di questi spunti iniziali di una legislazione elettorale venne a mancare, non essendoci più convocato gli Stati Generali dopo il 1614. Luigi 16 vini, con decreto del 5 ottobre 1788, l’assemblea dei notabili, per fissare le regole che avrebbero presieduto all’elezione degli Stati Generali,da convocarsi nel maggio dell’anno seguente. In sezioni separate l’assemblea deliberò sulle condizioni di elettorato e di eleggibilità, sulla composizione degli Stati, sul numero dei deputati del leggere sulle forme della convocazione. Le norme delle elezioni pubblica del 27 aprile 1789, sanciscono il principio fondamentale, di tutti cittadini devono partecipare all’elezione dei deputati.

In Italia la legge del 22 gennaio 1882 stregò modificazioni radicali al regime elettorale del 1848 della legge del 20 novembre 1859, emanata in virtù dei pieni poteri, aveva lasciato presso che inalterato, limitandosi ad aggiungere diverse esenzioni dal requisito del censo, in ragione di speciale capacità risultante dai titoli, e a equiparare al senso il pagamento di canoni d’affitto variabili secondo le località. La legge del 1882 ammise invece l’elettorato tutti cittadini italiani maggiorenni alfabeti che fossero in possesso di uno dell’altro di questi due requisiti: aver superato l’esame del corso elementare obbligatorio ( con esenzioni per diverse categorie di persone fornite di titoli superiori di cultura, lo presi in considerazione dalla legge per gli uffici coperti, della situazione sociale, o per benemerenze civili o militari ), oppure corrispondere un anno ho creduto di Lit 19,80 ( con diverse equiparazioni a favore degli affittuari e dei conduttori di fondi ). Questa riforma fece salire il numero degli elettori da circa 628.000 a più di 2 milioni. Con legge 7 maggio 1882 le circoscrizioni furono del pari modificate radicalmente, prendendo a base, in massima, le province, e si costituirono collegi con due sino a cinque rappresentanti, adottando lo scrutinio di lista, con modesta applicazione della rappresentanza delle minoranze. L’esperimento fu, però poco felice, è con legge 5 maggio 1891 si ritornò allo scrutinio uninominale.

Con la legge del 30 giugno 1912 il diritto di suffragio fu concesso a tutti cittadini, all’età di trent’anni, senza alcuna condizione di censo, né distruzione, comprendendo, quindi, anche gli analfabeti. È maggiorenni detta inferiore ai trent’anni fu concesso, con condizioni di censo o di prestazione del servizio militare, restando ferme le molteplici condizioni preparate di cultura, di Stato sociale, di benemerenze civili e militari, già enumerate nella legge precedente. Il corpo elettorale ne risultò, alla fine dell’anno 1913, aumentato dalla cifra di circa 3.300.000 quella di circa 8.700.000, dei quali 2.500.000 circa analfabeti. Malauguratamente non si provvide a rivedere il balzo del numero dei deputati per ogni provincia e la corrispondenza circoscrizione dei collegi, come era vestito dalla disposizione dell’articolo 46 della vecchia legge, di vederla dall’articolo 54 della nuova. La revisione, che avrebbe dovuto farsi dopo la pubblicazione dei risultati di ciascun censimento ufficiale, fu trascurata dal 1890 in poi, e ne derivò una composizione distribuzione difetto si stima dei collegi, in seguito ai considerevoli spostamenti demografici.

Subito dopo la guerra, con la legge del 16 dicembre 1918, erano dichiarati elettori tutti cittadini maschi maggiorenni, inoltre, prescindendo dal limite di età, coloro che avevano preso parte alle operazioni di guerra. Pochi mesi dopo si procedeva a una radicale riforma del nostro ordinamento elettorale, che sembrava suggerita da copiosi esempi dati dall’estero. La legge del 15 agosto 1919 introdusse anche in Italia il sistema proporzionale. Base dei collegi e le province, con riguardo, però, alla cifra della popolazione, dovendosi le province meno popolose unire alle contigue, in modo che ciascun collegio spettassero non meno di 10 rappresentanti. Eccezionalmente si fece astrazione da questa regola nella prima applicazione della legge, e si ebbero 32 collegi con un numero di rappresentanti che variava dal cinque al nove, il 22 con un numero che variava da 10 a 20. Fa datare il sistema più semplice di rappresentanza proporzionale, cioè la divisione successiva della cifra elettorale di ciascuna lista per i numeri cardinali e la distribuzione dei seggi secondo l’ordine di grandezza dei quozienti. Fu consentito all’elettore di indicare la propria preferenza per uno o più ( sino a quattro, secondo il numero dei rappresentanti del collegio ) dei candidati della lista da lui prescelta, oppure, quando la lista stessa fosse incompleta , di aggiungere nomi dei candidati compresi in altre liste. La somma dei voti aggiunti riportati dei singoli candidati di ciascuna lista, divisa per il numero dei rappresentanti del collegio, concorreva a costituire alla cifra elettorale della lista stessa. I voti di preferenza i modi aggiunti raccolti da ciascun candidato costituivano, sommati due volti del lista, alla cifra individuale, che serviva per graduare i candidati appartenenti alla medesima lista. L’assegnazione individuale dei seggi spettanti alla lista era fatto seguendo questa graduatoria. Con l’annessione dei nuovi territori, in seguito alla conclusione dei trattati di pace, le circoscrizioni furono rimaneggiatesi entro sei collegi con un numero di rappresentanti da 17, e 23 con un numero da 10 a 28 (r. decreto 2 aprile 1921 ). Con l’avvento del governo fascista l’infausta applicazione di questo sistema, che impediva qualsiasi continuità di indirizzo politico legislativo, fu abbandonata. La legge del 18 novembre 1923 costituì il regno intiero in collegio unico nazionale, ripartendolo, per determinati effetti, in 15 circoscrizioni regionali, alle quali fu assegnato, in base alla cifra della popolazione, numero dei deputati variante da 12 a 70, dei quali due terzi assegnati preventivamente alla maggioranza, e un terzo riservato alle minoranze. All’elezione si procedeva in questa guisa. Le liste dei candidati, comprendenti non più di due terzi del numero delle presentanti assegnato a ciascuna circoscrizione, si presentavano, munite di un proprio contrassegno, l’ufficio centrale circoscrizionale ( corte d’appello locale ). Entro cinque giorni i presentatori dovevano dichiarare all’ufficio centrale nazionale (Corte d’appello di Roma)  con quali liste di altre circoscrizioni, recante lo stesso contrassegno, intendessero di riunificarsi. Volendo dare alla notte elettorale un carattere nazionale, la legge escluse senz’altro dalla votazioni le liste che non fossero presentate, con lo stesso contrassegno e con dichiarazione reciproca di unificazione, in due circoscrizioni almeno. Compiuta la votazione, l’ufficio centrale nazionale procedeva determinare la somma dei voti validi riportati dalle singole liste unificate, in tutto il regno, le attribuiva due terzi dei deputati a quella che aveva raccolto la maggioranza relativa dei voti e non meno del 25% del totale generale. Si dichiaravano eletti, in ogni circoscrizione, i candidati compresi in questa lista. Poi l’ufficio determinava alla somma dei voti messi, in ciascuna circoscrizione, per le altre liste, e dividendo la bella cifra dei vostri riserva delle minoranze ( un terzo dei deputati assegnati alla circoscrizione ) ricavavano il numero di voti che dava diritto a un seggio, in base a questo numero distribuiva tra le liste rimaste in minoranza il terzo dei posti a essere riservati. Il principio del collegio unico nazionale non era dunque applicata integralmente. Ciò avvenne da un ritorno di mera forma al sistema dei collegi uninominali ( la legge del 15 febbraio 1925 che li ristabilì non è d’applicazione ), quella fondamentale riforma legata la legge del 17 maggio 1928, fusa, con altre, il testo unico del 2 settembre.

Informazioni sull'attuale sistema elettorale e sull' attuale legge elettorale.

Elezioni amministrative

L’ordinamento delle istituzioni locali presenta storicamente due tipi diversi: l’uno all’inglese, l’altro francese. Effetto di evoluzione l’uno, di rivoluzione l’altro. La formatura si è storicamente perfetta del sistema inglese consiste nell’amministrazione libera degli interessi locali, affidata dal potere regio a una classe dirigente, sotto la tutela dello Stato. Il sistema francese, col piede in Italia prima della riforma fascista del podestà e del rettorato provinciale, in mancanza di una classe politica cui affidare l’amministrazione locale attesi all’ordinamento di rappresentanze, quel presunto criterio della capacità fornita dalle designazioni dei suffragi popolari. Consigli comunali e provinciali  -cioè i massimi organi deliberativi dei credenti, comune e provincia  - sorgevano così le elezioni amministrative, mediante sistema degli stessi scrittori di scuola liberale giudicavano “ non scevro di gravi inconvenienti ” e giustificavano con la ragione suprema della necessità.

Le condizioni per essere elettore erano generali speciali. Le prime si distinguevano in positive negative. Poi si diverte. L’età, la cittadinanza, l’appartenenza al comune, e, per lungo tempo, il sesso. Negative: il non trovarsi in istato di incapacità o indennità o per determinate condanne, dovrà essere interdetto, inabilità, ammonito, soggetto alla vigilanza speciale a carico della pubblica beneficenza. Circa le condizioni speciali, il sistema italiano adottò, fino al 1912, il tipo del suffragio ristretto: per essere elettore occorreva almeno una limitata capacità intellettuale da non provarci con titoli di studio, il pagamento di un tributo, il saper leggere e scrivere. La riforma del 1912 introdusse il suffragio universale, riconoscendo la capacità elettorale tutti cittadini che avessero compiuto i trent’anni. I minori degli anni 30, a maggiori del 21, la capacità elettorale derivava o dai titoli di cultura e di onere, ma dall’aver prestato servizio militare e dal censo. Le liste degli elettori venivano compilate da una commissione comunale di vedute da una commissione provinciale, con procedimenti identica a quella stabilita per le elezioni politiche. Erano permanenti. Potevano essere eletti consiglieri comunali e provinciali e regionali tutti gli elettori iscritti, che non fosse l’ineleggibilità o incompatibili a causa dell’ufficio ricoperto, converrà loro particolare qualità, o per opposizione di interessi con l’ente.

Di regola, gli elettori di un comune concorrevano tutti egualmente all’elezione di un consigliere. Era l’altra del sistema del voto limitato per assicurare la rappresentanza alle minoranze. Le lezioni dei consiglieri provinciali si facevano, invece, per mandamenti, nelle stesse epoche e con le stesse forme delle elezioni comunali.

Si votava per sezioni, sotto la direzione, prima di uffici provvisori, poi di uffici definitivi. Presieduti, con i provvisori, da magistrali, gli uffici definitivi erano costituiti da quattro scrutatori, eletti col sistema del voto limitato, e da un segretario. L’ufficio di ciascuna sezione pronunciava in via provvisoria sulle difficoltà e gli incidenti insorti durante le operazioni. Il presidente della sezione con l’adunanza dei presidenti delle sezioni proclamavano elette consiglieri comunali coloro che avevano riportato il maggior numero di voti. Analogamente la programmazione dei consiglieri provinciali era fatta l’adunanza dei presidenti delle varie sezioni del mandamento o dei mandamenti.

Contro le operazioni elettorali era ammesso l’esercizio dell’azione popolare, dinnanzi ai Consigli comunali e provinciali in tre istanza contro in seconda istanza, si ricorreva alla Giunta provinciale amministrativa se si trattava di elezioni comunali; quindi in terzo istanza alla corte d’appello al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, seconda della manovra della controversia. Si trattava di elezioni provinciali non era consentito il ricorso intermedia la Giunta provinciale amministrativa.

Informazioni sull' attuale diritto di voto sancito dalla Costituzione Italiana.

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Politica. Derivato dall’aggettivo di pòlis ( politikòs), significante tutto ciò che si riferisce alla città, e quindi cittadino, civile, pubblico, e anche socievole e sociale, il termine «Politica» è stato tramandato per influsso della grande opera di Aristotele, intitolata Politica , che è da considerare il primo trattato sulla natura, le funzioni, le partizioni dello stato, e sulle varie forme di governo, prevalentemente nel significato di arte o scienza del governo...... (Norberto Bobbio)